Consulenza Online

Campagna contro la disinformazione

Imparare GIOCANDO

Campagna "Io Non Svendo Salute"

IL CONFLITTO DI INTERESSI IN CAMPO MEDICO

È giunto il momento di scoprire le carte e metterci la faccia, a costo di attirare il malumore di chi pensa principalmente a riempire le tasche piuttosto che al reale benessere comune.

Parliamo oggi del “Conflitto di interessi in campo medico”, dando il via alla campagna contro l’uso ed abuso di prodotti farmaceutici (inclusi integratori e prodotti dietetici) molto spesso oggetto di studi (in positivo) che partono dall'azienda produttrice, in netto contrasto con studi altamente professionali (in negativo) effettuati da chi lavora senza interesse economico specifico! La nota dolente rimane sempre una: dove c’è guadagno economico rilevante, difficilmente c’è ritorno in salute.

Partiamo con un editoriale del Professor Edmund Pellegrino (docente emerito di Medicina ed Etica Medica presso la Georgetown University) ed il Professor Arnol S. Relman (docente emerito di Medicina alla Harvard Medical School di Boston, Massachusetts ed editore del New England Journal of Medicine). Questi due bizzarri illustri (bizzarri perché fuori dal comune e illustri perché tali) hanno scritto una forte requisitoria contro la commercializzazione della medicina e la sottomissione economica delle società scientifiche, per ribadire con autorevolezza, rigore e coerenza la missione essenzialmente morale della medicina, e soprattutto il dovere per i singoli medici e le società professionali di mantenere una credibilità nei confronti dei cittadini e dei pazienti, ispirando il loro operato a solidi fondamenti etici. Al giorno d’oggi, argomentano i due autori, sta crescendo il contrasto tra il conseguimento del proprio interesse e il consolidamento dei principi etici. Si parla di un vero e proprio conflitto di interesse che può colpire a tutti i livelli, dal medico generico al grande specialista, dal ricercatore al direttore di una importante rivista, dal presentatore di una breve comunicazione a un congresso regionale, all’opinion-leader che ricava cospicui finanziamenti da cicli di conferenze, dal piccolo gruppo di colleghi alla grande associazione professionale. Si fa più che altro riferimento ai conflitti di interesse che coinvolgono il medico quando, nelle sue scelte diagnostiche o terapeutiche, viene influenzato da giudizi e valori extra professionali.

In termini generali, si ha un conflitto di interesse “quando ci si trova in una condizione nella quale il giudizio professionale riguardante un interesse primario (nel nostro caso la salute di un paziente) tende a essere indebitamente influenzato da un interesse secondario (guadagno economico, vantaggio personale)”. Attenzione, non si parla di un atto esplicito e sempre visibile: non c’è bisogno che il giudizio del professionista sia influenzato in modo evidente da altri interessi estranei al suo mandato principale, né che il suo comportamento condizionato arrechi danno al paziente, è sufficiente che esista un legame, che potrebbe comprometterne l’indipendenza. Quando si pensa a un conflitto di interesse ci si riferisce di solito a quello che coinvolge più frequentemente i medici: un legame di tipo economico con un’industria farmaceutica, ma il legame potrebbe benissimo essere intercorso con un’industria produttrice di apparecchi elettromedicali, di materiale di consumo o di protesi di vario genere o anche con un organismo statale che finanzia una ricerca e impone delle scelte non condivise dal ricercatore. Il conflitto di tipo monetario è certamente quello più evidente, più facile da individuare, più riprovevole, meno tollerato, più spesso dibattuto, e, forse, quello più controllabile. Esistono infatti molte altre occasioni in cui una persona è indotta a fornire una prestazione parzialmente viziata, per ottenere dei vantaggi personali, non misurabili in termini economici. Questo è il caso in cui si manipolano i dati di una ricerca per ottenere la pubblicazione di un articolo su una rivista scientifica (sapendo che i risultati positivi vengono accolti più favorevolmente di risultati negativi) o su un giornale divulgativo (sapendo che certe notizie fanno più colpo di altre), per sostenere le teorie di un collega o per screditare quelle di un contendente, per dimostrare l’infondatezza di un’accusa penale, per favorire il proprio punto di vista su una determinata questione o per contrastare posizioni che si ritengono eticamente non accettabili.

Non esiste ad oggi, purtroppo, un livello soglia oltre il quale si possa parlare di conflitto di interesse, ma esiste una pratica, economicamente rilevante, che condiziona pesantemente il giudizio. Immaginiamo il medico che si accinge a prescrivere un farmaco con un determinato nome commerciale, a scapito di uno contenente lo stesso principio attivo, in quanto legge quel nome ben evidente sul portapenne della sua scrivania. Oppure immaginiamo lo specialista che, al momento di decidere quale farmaco prescrivere, ricorda di essere stato invitato recentemente da una casa farmaceutica al congresso mondiale sulla propria specialità dall'altra parte del globo e sa che quella casa ha investito per lui parecchi milioni tra viaggio, iscrizione al congresso e soggiorno.

Il conflitto di interesse di tipo economico non può essere eliminato, esiste in ogni società, coinvolge medici a qualunque livello di competenza, di esperienza, di responsabilità, probabilmente con forme e pesi diversi. In realtà il conflitto di interesse fa parte della nostra professione, del nostro lavoro, della nostra epoca e non può essere abolito con un decreto legge né con un decalogo di norme etiche. Essendo però costretti a conviverci, dobbiamo almeno disporre di regole che evitino una interferenza troppo pesante con la nostra libertà di giudizio, per impedire che sorga il terribile sospetto in chi curiamo, che alcune valutazioni o decisioni siano parzialmente dettate da un interesse personale. I pazienti devono invece avere la certezza che nessuna delle scelte operate dal medico di loro fiducia è avvenuta sulla spinta di interessi che esulano dalla primaria esigenza di fornire loro la cura più appropriata. Lo stretto rapporto tra campagne promozionali e modifica delle prescrizioni (a favore di quest’azienda piuttosto che quella) è stato studiato in tre ricerche. Nella prima, monitorizzando i farmaci prescritti nei 20 mesi precedenti e nei 17 mesi successivi a un viaggio organizzato da una industria farmaceutica per la partecipazione a un congresso internazionale, gli autori hanno verificato un importante aumento nell'uso dei farmaci prodotti da quella industria. Ciò che più ha sorpreso i ricercatori è che tutti i medici abbiano negato di essersi fatti condizionare dall'offerta del viaggio. Nella seconda è stato verificato che la prescrizione di adenosina nel trattamento delle aritmie sopraventricolari ha avuto un’impennata alla fine del 1991, dopo una campagna di marketing da parte dell’industria produttrice. Gli autori, che hanno raccolto i dati di vendita da 670 farmacie ospedaliere, facevano notare che gli effetti favorevoli dell’adenosina erano già noti da almeno dieci anni, non erano emerse di recente evidenze scientifiche che modificassero il profilo del farmaco e che il prodotto era disponibile da tempo nelle farmacie ospedaliere. In questo caso l’evidenza scientifica non era stata sufficiente a determinare l’uso del farmaco, ma soltanto la propaganda commerciale ne aveva sancito l’utilità clinica. Infine, è stato recentemente verificato che i medici, che avevano fatto richiesta di aggiungere nuovi farmaci nel prontuario ospedaliero, avevano ricevuto finanziamenti dalle industrie farmaceutiche in misura 5 volte maggiore rispetto ai colleghi che non avevano mai avanzato richieste di nuovi farmaci e 13 volte maggiore dalle industrie per le quali richiedevano l’inserimento dei nuovi prodotti. Tutto ciò non significa che l’informazione proveniente dalle aziende vada automaticamente cestinata quasi come se fosse “farina del sacco del diavolo”; può comunque essere impiegata proficuamente per farsi un’idea del prodotto ben sapendo che ha tutti i limiti della parzialità. L’importante è che l’origine dell’informazione sia sempre chiara e che la pubblicità non sia subdolamente mascherata da articoli apparentemente imparziali affidati a esperti di cui vengono tenuti nascosti i legami economici con l’industria.

Va ribadito ancora una volta che la presenza di un conflitto di interesse non è sinonimo di disonestà o di faziosità, ma esprime soltanto una potenziale interferenza in ciò che viene detto o scritto, a danno ovviamente del consumatore ultimo ed a interesse delle tasche di chi per arricchirsi sfrutta magari il proprio titolo o il nome. Per garantire un’obiettiva informazione viene consigliato di:

  1. evitare ogni conflitto di interesse che possa essere evitato. Questo è ovviamente l’approccio più semplice e sicuro, ma non applicabile in un numero elevato di circostanze.
  2. Rendere pubblici tutti i legami di tipo economico che possono in qualche modo interferire con il proprio giudizio. Questo approccio non facilita in alcun modo la risoluzione di legami, ma garantisce che il paziente possa introdurre un certo grado di criticismo nella valutazione di ciò che gli viene prescritto.
  3. Creare delle linee guida di comportamento, a cui i medici si debbano attenere. In linea generale si può considerare ininfluente un conflitto di interesse quando alla domanda “Accetteresti lo stesso quell’omaggio, quel finanziamento, quel rimborso spese se i tuoi colleghi e i tuoi pazienti lo venissero a sapere?” viene data una risposta affermativa. L’American Medical ssociation già dal 1990 ha assunto una posizione molto forte per regolare i rapporti tra i medici e le industrie farmaceutiche. In Italia, invece, non esistono norme ufficiali per regolamentare il conflitto di interesse. Una legge del 1994 (“Attuazione della direttiva europea concernente la pubblicità dei medicinali per uso umano”) stabilisce i criteri che devono essere seguiti dalle industrie per il finanziamento di congressi in Italia e all’estero e per elargire contributi alle spese di viaggio e di soggiorno agli operatori del settore qualificati, ma non definisce i limiti entro cui devono essere mantenuti i rapporti tra medici e industrie. Per la prima volta nel 1999, l’Ordine dei medici ha inserito nel codice deontologico un articolo (art. 73) sul conflitto di interesse, che però non riguarda le norme che i medici devono adottare nei rapporti con le industrie private, ma soltanto il possibile conflitto che si verifica quando un “medico dipendente o convenzionato con le strutture pubbliche o private comportamenti che possano favorire direttamente o indirettamente la propria attività libero-professionale”.

In sintesi, i medici e professionisti della salute in genere sono spesso sottoposti a pressioni di tipo commerciale che possono distoglierli dal loro impegno primario, la cura del paziente, e influenzare in modo indebito le loro scelte professionali nel campo della diagnostica e della terapia. Il pericolo è che tali interferenze possano minare la fiducia dei pazienti, nel momento in cui si rendono conto che alcune decisioni possono essere condizionate da un interesse personale extra professionale. Con la campagna “Io non Svendo Salute” si invita la riflessione su tre livelli.

Campagna promossa da Counselling Nutrizionale e Dietetica (Dottor Marcello Greco, Dietista a domicilio Lecce) contro l'abuso di integratori e pasti sostitutivi

  • PRIMO LIVELLO - ACQUIRENTE (o paziente): All'acquirente è richiesta la sensibilità e pazienza nell'informarsi. È vero che oggi non è semplice muoversi nella giungla di informazioni, ma per quanto concerne determinati farmaci o integratori, per capire se dietro al consiglio di assunzione, da parte del professionista, di uno specifico marchio vi è un determinato interesse, basta fare delle mirate ricerche sull'azienda proposta e chiedersi: perché mi viene consigliato quel farmaco e non quello simile ma di altra casa produttrice? Perché quell’integratore di quell’azienda e non di quell’altra, ma tale e quale? Quando si tratta poi di integratori e pasti sostitutivi, leggere sempre le etichette e fare una ricerca sui singoli ingredienti, per valutare la naturalezza del prodotto. Si ricordi che la prevenzione va fatta sempre sullo stile di vita, compreso quello alimentare, e difficilmente ha senso che venga fatta tramite assunzioni aggiuntive. Allo stesso tempo ha senso educare ad un’alimentazione sana, che in quanto tale non determina alcuna carenza, piuttosto che educare all'integrazione, che molto spesso determina apparenti e temporanei miglioramenti, ma che alla lunga può sfociare in patologie cliniche di non poco conto.
  • SECONDO LIVELLO – I PROFESSIONISTI DELLA SALUTE (Medici e Specialisti in Nutrizione in particolare): Ai professionisti è richiesta la più etica scelta di rinunciare a omaggi come biglietti di teatro, viaggi, pranzi e cene, gadget (penne con il logo dell’Azienda di turno), o laute percentuali di guadagno sulla prescrizione o la vendita diretta. L’unica eccezione può esser fatta per i campioni destinati ai pazienti. Il Sistema Sanitario Nazionale dovrebbe prevedere ferree regole e condanne a chi sostenga e incrementi la prassi dell’uso di stratagemmi per la prescrizione di integratori o medicinali spesso molto cari. I ricercatori dovrebbero essere pagati per svolgere il loro lavoro di ricerca, ma non doppiamente pagati per dichiarare il falso rispetto alle loro ricerche, spiegando le ragioni per cui gli studi divulgati dalle case farmaceutiche, rispetto ad un prodotto da commercializzare, siano spesso in contrasto con ricerche effettuate da medici (di fama e non) figli di nessun complotto di tipo economico.
  • TERZO LIVELLO – I RIVENDITORI PORTA A PORTA: Esiste una laurea specifica: trattasi di informatori scientifici del farmaco, gente che studia per informare i medici, e non per lavorare porta a porta. Ma pur accettando la pubblicizzazione da parte di promotori (è pur sempre un lavoro se svolto onestamente), sia questa effettuata in modo tale che il consiglio ultimo arrivi dal professionista, il quale non guadagnerà alcuna percentuale sulla prescrizione (evitando patti sottobanco punibili con sanzioni), ma con firma (che manifesta la responsabilità della scelta del prodotto) autorizzerà il rivenditore alla vendita diretta al proprio cliente. Purtroppo non tutte le aziende lavorano in questo modo ed i rivenditori porta a porta si moltiplicano, a danno dei professionisti e degli acquirenti. Si sottolinea che non viene messa in discussione la qualità di prodotti (non in questo caso) ma il concetto di vendita diretta, considerando che anche il più naturale dei prodotti, nato per un preciso scopo, può nuocere alla persona che non ne necessita.

Marcello Greco

Dietista a Domicilio Lecce e Provincia

Counselor Nutrizionista

LA GIOIA IN CUCINA

Diario Alimentare

IL BLOG

Counselling


IL QUIZZONE SPECIALE ALIMENTAZIONE - Il gioco su facebook

Dietetica

Su Facebook - Dietetica e Counseling Nutrizionale a Domicilio - Lecce

Educazione all'alimentazione